Uwe Henneken e il mito germanico

Posted on 13 maggio 2012

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Lo studio della storia antica e l’amore per l’antropologia costituiscono la conditio sine qua non della pittura di Uwe Henneken (1974, Paderborn; vive e lavora a Berlino): il mito, rispolverato e restituito al suo originario fine pedagogico, si riattualizza diventando favola contemporanea con cui narrare dell’uomo e della sua parabola esistenziale.

Nel ciclo di lavori pensati per questa sua mostra a Napoli presso la galleria Annarumma, protagonista diventa l’occhio, il più abusato tra i cinque sensi, preposto com’è a restituire la più epidermica e immediata percezione del mondo. Esso scruta tra le curve di un cielo troppo azzurro (Erinnerung an Hoffnung, 2011), nero e lontano come un pianeta. Quando ritorna in Ursprung und Vision, invece, questa biglia sottratta alla iconografia surrealista sembra salire al centro del quadro in una danza cromatica che ricorda le vorticanti Assunzioni seicentesche, fino ad implodere in una supernova di colori (Bleibt bei uns, denn es will Abend werden, 2010).

Altro grande eroe di questo racconto per immagini è poi il paesaggio: attraverso una cromia irriverente quanto irrealistica, l’artista tedesco vuota, desertifica i paradisi sublimi del panteismo germanico: è allora epifania tragica, cosmogonia terrifica quella messa in scena da Henneken, e insieme critica feroce a un’arte che ha perduto il contatto con la realtà e la propria storia diventando sofisticazione autoreferenziale.

E, tuttavia, un riscatto è ancora possibile in queste tele dove la pittura ritorna a guardare il suo pubblico, contemporaneamente scoprendosi ancora capace di generare nuove speranze. Paesaggistiche (Ein Geschenk, das nicht aufhört zu schenken, 2010).

 

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