Virgilio Guidi – Il pittore con la valigia

Posted on 19 maggio 2012

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“La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca». Questa frase di Leonardo da Vinci illumina al meglio, forse, il sentiero percorso da Virgilio Guidi, il pittore e il poeta. Un itinerario in cui la poesia pensa la pittura tanto quanto la pittura pensa la poesia per costruire necessari spazi dell’esistenza e, nel contempo, una ragione di essere all’ascolto con le meraviglie e le tragedie del mondo. Un cammino (visivo e visionario) in cui, quando si parla di pittura, la luce spaziale – così ama definirla nel 1948, all’indomani della seconda guerra mondiale – si fa nucleo e grumo di una poetica che trova nel bagliore il vero principio su cui si regge l’intelligenza di tutte le cose. Attraversare la sua opera vuol dire accedere ad «una pittura che non è solo l’atto della mano, e nemmeno l’esperienza del fare e dell’ideare, ma un sistema di contemplazione e di armonia nel quale urgono tutte le occasioni del sentimento e del risentimento umano, proprie di un poeta che esce alla luce della sua verità e se ne investe» (Alfonso Gatto).

Legato alla Secessione Romana (1914), alle varie mostre di Valori plastici (1920-1924), scenario che mira a ristabilire un cordiale contatto con la natura e il reale, alla metafisica, all’informale e al movimento spaziale messo in campo da Lucio Fontana (movimento al quale aderisce, con Buzzi e Capogrossi, nel 1950), Virgilio Guidi schiude, negli anni uno scenario in cui la luce naturale lascia il posto, via via, alla luce mentale (meravigliosa la Baronessa del 1957). Ad un programma atmosferico vivacemente lirico, ritmicamente interiore e confidenziale.

I vari Volti, gli Incontri, le Marine veneziane. E poi gli Scontri di uomini, le Figure nello spazio e le materiche Angosce, le Presenze e le Teste. O, ancora, le varie Figure emblematiche, i Tumulti, le Architetture cosmiche, le Marine astratte, i Grandi occhi e i Cieli. Ma anche le nuove figure, figure agitate o inquiete, il progetto Branco da branco e l’ultimo paesaggio riflessivo dedicato all’uomo e il cielo. Accanto a questi percorsi, il più delle volte cicli e occasioni del tempo, i Grandi alberi del 1972 – legati al tema degli Alberi avviato, a sua volta, sul finire degli anni Sessanta – rappresentano non solo la scoperta incantata di «sette o otto grandi alberi, alti alberi secolari, quasi a colloquio e circondati dal folto di alberi minori» nei pressi di Villa Quiete (a Montecassiano), ma anche la cultura di un territorio (il rifugio in un territorio felice?), le Marche, «la regione più serena e lontana dalle tormentose ragioni della vita d’oggi», la regione «più antica e più futura, forse la regione conservatrice di leggi naturali, per nulla conturbate, in attesa d’un nuovo destino».

Astratti e concreti (con articolate venature neo-espressioniste), gli alberi proposti da Virgilio Giudi nel ’72 – esposti, ora, in questa mostra che ne riunisce la corsa – aprono una riflessione luminosa e geometrica («la geometria è la struttura segreta delle cose» ha avvertito in una delle sue tante riflessioni) su una tematica legata, inscindibilmente, alla quiete viva delle Marche. Ad un sovrumano silenzio di leopardiana memoria grazie al quale poter dialogare, appunto, «con i grandi alberi», con quegli alberi in quella regione, «figli di una natura che ha una evidente bellezza di forme, né aspra, né dolce». Una natura con la quale Guidi dialoga per costruire un infinito intrattenimento che, dalla pittura, volge lo sguardo, in silenzio e a lungo, ai sentieri ripidi della poesia. Di un paese in cui le parole dimenticano la voce, invocano la bellezza dolce e disadorna di un modello, quello della natura (di una natura «più crudele della parola»), che è, per Guidi, brano dominante d’un racconto puro, personale, prezioso. (testo di Antonello Tolve)

 

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